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Il teatro è inutile

Il teatro è inutile. Poi anche la scuola, la cultura e perché no, l’informazione. Inutilità in un mondo che va al contrario e dal quale non puoi scendere, forse. Ce lo hanno insegnato alla televisione quanto è inutile questa cianfrusaglia di poltrone rosse e gente che parla difficile, che in fondo, a casa c’è il telecomando e il frigo pieno e non devi neppure metterti le scarpe. È inutile uscire di casa e parlare con la gente, è inutile imparare cose nuove, la verità è una ed è già stata annunciata. Rimanete al vostro posto, questo sì che è utile.

La protesta al Teatro più antico Bologna, che come tanti rischia di essere spazzato via dai tagli alla cultura dell’attuale governo, l’hanno organizzata in due giorni, con qualche volantino e tanto passaparola. Ci troviamo una sera, tutto gratuito, la gente ci abbraccia e noi gli diamo quattro ore di interventi e di spettacolo con tutti i comici e gli attori che vogliono intervenire. Ci saranno delle magliette, e anche delle bottiglie d’acqua perché farà caldissimo e chissà se la gente avrà voglia di chiudersi addirittura in un teatro. Un’ora prima dell’inizio, la sala è piena e una voce da dietro le quinte annuncia i maxi schermo in strada. I maxi schermo ad una protesta per salvare un teatro, nella nostra Italia, nel 2010. Questa è Bologna, ma, mi piace pensare, questa è la democrazia, è la rabbia della gente che ancora ancora così assuefatta come credono non lo è veramente. Le luci nel teatro non si sono mai spente: “perché sarà un salotto, un conciliabolo di persone che si guardano negli occhi per raccogliere la forza uno nelle tasche dell’altro, per accorgerci che ci siamo e siamo tanti”, ha dichiarato Giorgio Comaschi, il bolognese presentatore di tutta quanta la serata. Ci sono le luci accese e la gente vestita con i jeans e le magliette sudaticce, nel teatro più antico di Bologna: sembra la blasfemia del codice teatrale e invece è la rivelazione della macchina, di ciò che è sempre sotto e nascosto, la parte più viva. Voglio dire, sappia telo che oltre le luci di scena e quel buio che avvolge il teatro c’è dell’altro, c’è carne fresca che guai a volerla cancellare. I lavoratori del teatro Duse sono tanti e portano una maglietta nera con una scritta bianca, “Il teatro è inutile”, quasi ad urlartelo in faccia. I lavoratori, tecnici, impiegati, direttori, sono l’anima del teatro e hanno le mani che tremano quando vengono chiamati: loro ci non sanno stare sul palco; trema la voce, le mani sudate  ei piedi che si attorcigliano, non vogliono la scena, solo continuare a lavorare per dare a qualcun altro quella stessa scena.  Le parole più belle, se mai se ne possono scegliere di migliori in una serata del genere, quelle di Alessandro Bergonzoni: “ Questi signori qui, vogliono che la cultura diventi evasione. Non c’è più spazio per noi nei loro piani. È per questo che è ora di cambiare la solfa: diritti e doveri, tu dov’eri? Dov’eri quando prendevano a picconi la cultura, quando ci escludevano dalla democrazia, quando promuovevano la televisione spazzatura, dov’eri? Non piangiamo sul latte versato, cambiamo mucche.”

Ci sono in tanti a rendere omaggio al teatro, 1000 persone dentro e altre tante fuori in strada e poi tutti gli artisti ospiti di queste mura: il Fabrizio Festa Quartet, Corrado Tedeschi, Marinella Manicardi, Fausto Carpanie, Alessandro Haber, Malandrino e Veronica,  i colleghi del Comunale, Silvio Orlando, Leonardo Manera, Paolo Cevoli e Vito.
È Marinella Manicardi, recitando un racconto di Marcello Fois sulla strage del 1980 alla stazione di Bologna, a strappare il brivido più forte: “c’è una ferita, grande come una crepa, sul muro della sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna. È così pulita e ben delineata che presto ci porteranno in visita anche le scolaresche. Vogliono che ci abituiamo alla ferita, io non mi abituerò mai.”
Metti una sera al teatro Duse, senza pagare il biglietto. È una sera di protesta, di gente che scende per strada, per dire: noi alle vostre ferite non ci abitueremo mai.

 

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